Diario di Vale

Il lavoro che non c’è…

Non avrei mai creduto di poter partecipare ad un compleanno senza invitato…

Oggi è il primo maggio, la giornata dedicata ai lavoratori, peccato che quest’anno manchi il festeggiato: il lavoro…

Questa assenza aleggiava nell’aria già da molto tempo, l’Italia sta vivendo una crisi in campo occupazionale profonda, radicata, che sta investendo tutti.

Prima di questa emergenza i più indiziati eravamo noi giovani: spesso ci hanno definito nullafacenti, bamboccioni, amanti della pacchia garantita da mamma e papà.

Non si sono mai chiesti cosa significhi vedere i propri sogni lavorativi dissolversi come una nuvola di fumo, non hanno sperimentato l’invio di infiniti curricula a cui nessuno ha mai risposto.

Il Coronavirus in qualche modo ha esteso questo problema come l’olio si propaga su un tessuto: pochi secondi e ne investe ogni fibra, si sparge inesorabile, senza possibilità di essere fermato.

Tralasciando il problema sanitario, il Covid-19 ha ferito mortalmente proprio il lavoro degli italiani.

Non so la stima numerica di coloro che stanno scegliendo di non alzare più le serrande delle loro attività, non voglio neanche saperlo perché mi si spezza il cuore. 

E sapete perché?

Perché nella mia famiglia il lavoro è sempre stato la prima lettera dell’alfabeto, quello con cui poter scrivere che sudando sul campo si guadagna il rispetto ed il pane per la propria famiglia.

Sono giorni invece che assisto alla preoccupazione delle persone che amo e provo una grande rabbia.

Mi fa rabbia ascoltare la voce di mio nonno che finge di non essere preoccupato solo per non farmi impensierire.

So leggere tra i suoi pensieri più nascosti e so bene a cosa pensi.

Si preoccupa per il nostro futuro che vedeva già imbrunire ogni giorno di più, come il cielo quando si carica di nuvoloni prima di una tempesta. Sono giorni che vedo il mio papà senza più il suo proverbiale sorriso, il suo umorismo.

Lo conoscete tutti “Sergio u barbiere” e non mi riferisco alla conoscenza che spinge a riconoscere chi sia quella persona.

Conoscete il suo cuore, il suo modo di approcciare alla vita ma sembra aver perso tutto questo, come se si stesse spegnendo.

E sapete perché?

Perché si sente solo, abbandonato al suo destino dopo aver trascorso una vita tra le mura del suo negozio insieme con il suo socio Piero, tra gli abbracci dei suoi clienti nei quali non potrà nemmeno cercare conforto ad emergenza finita. 

Sono arrabbiata perché questa Italia fatta di piccoli lavoratori coraggiosi viene sempre sommersa, quasi umiliata perché nessuno si ricorda di loro.

Nessuno pensa a ripagarli dei sacrifici portati avanti per una vita e sono davvero stanca di tutta la retorica che inonda la tv ed i giornali in questi ultimi giorni.

Non cerchiamo belle parole in cui crogiolarci, vogliamo delle risposte.

Desidero capire perché l’Italia non riconosca in loro il fondamento della sua stessa forza. Sento parlare spesso di un nuovo Rinascimento, di Ricostruzione: tutto giusto, va bene ma se non abbiamo consapevolezza di chi siamo stati, di chi siano quei padri che con braccia e sudore hanno tirato su un gioiello mondiale dove potremo mai andare?

Suggerisco un altro termine allora, sempre iniziante con la lettera R: riscoperta.

Scaviamo tra le macerie di questa Italia che grida aiuto e andiamo a riscoprire l’essenza della nostra patria, come un vecchio libro, certamente bello ma polveroso.

Soffiamo via proprio quella polvere che ci impedisce di vederne la bellezza: queste sono le basi per ripartire. Incoraggiare chi c’è sempre stato, quei cuori che hanno reso grande l’Italia. Solo quando questo sarà accaduto saremo degni di festeggiare questo compleanno alla presenza del suo festeggiato: il lavoro!

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