Diario di Vale

Lingua Italiana, maneggiare con cura!

Se c’è un aspetto che mi ha sempre affascinato dell’italiano è senza dubbio la sua estrema precisione.

La nostra è una lingua accurata, sensibile, attenta: forse perché nelle sue origini possiamo ritrovare due lingue altrettanto speciali, il latino ed il greco. O forse perché ad averla generata sono stati intellettuali che tutto il mondo ci invidia: il tridente aureo del ‘300, Dante, Petrarca e Boccaccio.

Molto probabilmente è proprio dall’unione di questi due piani che l’italiano è diventato la lingua meravigliosa che conosciamo. Talmente meravigliosa da essere vista come la lingua più romantica a livello mondiale, così speciale da essere la quarta lingua più studiata al mondo.

E’ proprio in base a questa premessa che mi sono posta spesso una domanda: fino a che punto possiamo ricorrere all’uso di sinonimi?

Ricordo ancora quando la mia amata professoressa Tea, durante gli studi delle scuole medie inferiori, ci invitava ad evitare le ripetizioni. E non lo faceva genericamente: ci spingeva ad analizzare quale fosse la parola più adatta per il concetto che volevamo esprimere.

Un insegnamento prezioso: la Prof. Tea mi ha fatto comprendere che ogni parola ha un suo unico e proprio significato.

Certamente esistono molti termini simili ma non esattamente identici e per comprendere quale si debba usare occorre una profonda analisi, di noi stessi e delle nostre idee.

Vi voglio portare con me a scoprire la minuziosa perfezione della nostra lingua.

Quante parole esistono, ad esempio, per esprimere l’azione che ha a che fare con gli occhi, con lo sguardo?

Ci sono guardare, osservare, contemplare e così via: vediamone le differenze.

Guardare contiene in sé l’idea stessa dello sguardo quindi rimanda agli occhi che si limitano a vedere, quasi frettolosamente.

Diversamente osservare ingloba il verbo latino serbare cioè custodire. Mentre osserviamo quindi passiamo dalla vista, attività  sensoriale, ad una dimensione interiore, all’introspezione. Osservando quindi vado a custodire quanto gli occhi hanno avuto modo di vedere per poi trovare uno spazio interiore per quella visione che non può andare persa.

Altro significato invece presenta contemplare: in questo termine troviamo la parola latina “templum” cioè lo spazio del cielo.

Quando contemplo quindi in realtà sto indagando su di me, sono alla ricerca della mia porzione di cielo.

In altre parole contemplando guardo fuori da me per scoprire qualcosa di più su di me, non è meraviglioso?

Se ci sono due parole che mostrano ancora meglio quanto stiamo scoprendo sono senza dubbio la coppia mamma-papà rispetto a madre-padre.

Nel primo caso ritroviamo la meraviglia del linguaggio infantile, con le prime sillabe che iniziano ad essere pronunciate ripetutamente scaldando il cuore di chi le ascolta con stupore.

Il termine madre invece mostra la complessità del ruolo: è colei che dona il suo corpo, che sopporta il dolore preparandosi così a dare la vita come indica la radice sanscrita “ma”- “preparare”.

Nel caso della parola padre invece la radice sanscrita “pa-” riguarda la nutrizione: padre quindi come colui che si occupa della sopravvivenza della famiglia facendosi quasi pane egli stesso.

Questi piccoli esempi che ho condiviso con voi sono la prova di quanto la lingua italiana meriti di essere “maneggiata con cura”.

Per amarla a pieno dobbiamo imparare a conoscerla a fondo, a farla nostra per poter poi scegliere ogni giorno tra le infinite e meravigliosi possibilità che ci offre! 

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