Diario di Vale, Il diario di oggi

Tra potere ed umanità…

Esattamente ieri, 28 febbraio, ma di 7 anni fa, il mondo guardava un Papa lasciare il suo ruolo.

Vi chiederete come mai scelga di parlarvene soltanto oggi.

Avrei potuto farlo ieri, certamente, ma il 29 febbraio mi sembra si addica meglio all’unicità di quell’accaduto.

Un anno bisestile in qualche modo fa parlare sempre di sé.

Tutti sappiamo che ogni 4 anni abbiamo necessità di regolare il nostro calendario con l’andamento universale eppure, l’arrivo di questa data, ogni anno ci lascia in qualche modo sorpresi.

E’ a quello stupore che voglio paragonare la scelta di quell’uomo, originario della Baviera, che scosse il mondo intero.

Sarebbe semplicistico definire il suo ritiro come “il grande rifiuto” per citare Dante Alighieri.

Preferisco invece darvi la mia personale visione di quell’accaduto.

7 anni fa ero ancora troppo giovane per comprendere come dietro alcuni NO si celi l’essenza più vera ed intima di un essere umano.

Siamo abituati a vivere in un mondo di dualismi: rosso contro verde, sì contro no, bianco contro nero e in questo modo abbiamo perso la bellezza delle sfumature.

Come se non bastasse in questo dualismo c’è una trazione costante verso l’uno o latro polo: dal duo così si arriva all’uno.

La scelta di Ratzinger per me ha rappresentato voler invertire tutto questo.

Se analizziamo dall’esterno quell’uomo aveva tutto:

l’autorità del soglio pontificio,

la possibilità di essere guardato dal mondo intero e soprattutto di essere ascoltato con un rispetto reverenziale che non conduce mai ad una discussione ma ad un’accettazione.

Quale uomo non avrebbe voluto tutto questo per sé?

Chi avrebbe scelto di non tenerselo stretto?

Sul momento non capii bene cosa lo spinse a dire il suo NO, oggi invece mi sembra di poterne rintracciare le ragioni.

E non credo siano limitate a quanto detto sinora: Benedetto XVI si trovava dinanzi ad un bivio.

SCEGLIERE TRA POTERE ED UMANITÀ’, TRA CERCARE DI COPRIRE TANTI PROBLEMI CHE LA CHIESA DOVEVA RISOLVERE E PORTARLI ALLA LUCE DEL SOLE.

Pronunciò la sua rinuncia in latino, non a caso, rendendo quel gesto storico e immortale al tempo stesso.

Credo che in cuor suo sapesse perfettamente gli affanni che avrebbero segnato il nostro tempo, a partire da un’Europa in crisi che lui stesso predisse proprio a Subiaco, quando Wojtyla stava per tornare alla case del Padre.

In quella lettera appassionata e bellissima, che entrò anche nelle sale vaticane chiuse per eleggere il futuro Papa, Ratzinger seppe pronosticare con estrema lucidità e coscienza cosa sarebbe accaduto.

Nelle sue parole incitava ad un ritorno di Dio al centro dell’umano agire e lo faceva con una tale razionalità, con una tale forza che forse non fu compresa neanche dagli ambienti porporati che lo elessero.

In effetti oggi un dualismo sembra attanagliare il Vaticano stesso, diviso tra una diversa visione di cristianità: aperta e accogliente per Francesco, riflessiva e tradizionale per Ratzinger.

Un Papa in carica dunque ed uno Emerito con due diverse prospettive ma in questo dualismo, forse per la prima volta, vedo la garanzia di portare alla ribalta proprio quelle sfumature che oggi la nostra società fatica a rintracciare.

Quelle stesse sfumature impresse nei nomi da loro scelti per sedere sul trono di Pietro: da un lato Benedetto, dall’altro Francesco.

Due uomini di secoli diversi, entrambi protagonisti del proprio tempo e della crisi che attraversava in quegli anni la società e la stessa cristianità.

Due fari imprescindibili per la Chiesa proprio come i due Papi che oggi ci spingono a riflessioni contrapposte ma senza dubbio preziose.

ABBIAMO BISOGNO DI TESTA E CUORE IN COOPERAZIONE PER FARE BENE E IN QUALCHE MODO I DUE PAPI CE LO RICORDANO CON LA LORO STESSA ESISTENZA.

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